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Ius interruptus

Aggiornato il: 17 giu 2020

Claudio Monnini Verdi Europa Verde di Milano




Il 22 maggio 1978 viene promulgata la legge 194 sull’Interruzione Volontaria di Gravidanza, un traguardo importante per l’emancipazione femminile nel nostro paese, una legge che garantisce il primato della scelta consapevole, anche nelle minori, l’anonimato, la cura della donna.

Il nostro però è l’unico paese europeo dove le obiezioni di coscienza del personale sanitario sono in media del 70%: oltre il 90% in Trentino, in Molise e in Basilicata, sempre superiori al 50% nelle altre regioni, con l’eccezione della Valle D’Aosta al 13%, vicina cioè alla media europea. Noti i casi degli ospedali marchigiani dove l’intero staff sanitario si è dichiarato obiettore, ripresi dal Consiglio d’Europa per questo motivo nel 2014.

Dietro l’obiezione si cela spesso un ricatto occupazionale, dovuto dall’orientamento ideologico del primario della struttura che pretende l’obiezione dei suoi dipendenti. Viene meno, in molti casi, un diritto alla cura, e si è spesso scoperto, negli anni, che chi negava l’interruzione di gravidanza nella struttura pubblica la praticava nel proprio ambulatorio privato.

La legge recita che "il medico che esegue l'interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite" (art. 14). Spesso in questa fase si esercita un’autentica pressione psicologica sulla donna nel tentativo di dissuaderla o di aumentarne il senso di colpa, in una situazione già di per sé drammatica e fragile, in cui il supporto psicologico richiesto è di altra natura.

In un paese non osservante, ma tradizionalmente cattolico, come l’Italia, le politiche per la donna e per la tanto sbandierata famiglia restano tra le meno evolute d’Europa. Si pensi alle politiche fiscali e per la scuola, ai congedi genitoriali... Non di meno la parità di genere soffre di un gap sociale, economico, culturale, di leadership, ancora duro a colmarsi.

In questo quadro la 194, formalmente una buona legge, si scontra ancora oggi, a 42 anni di distanza, con molte pratiche che la eludono e la aggirano.

Di fondo c’è l’idea arcaica e patriarcale che il corpo della donna, in un paese che si dichiara laico e occidentale come l’Italia, non appartenga alla donna, come conferma l’altissimo numero di femminicidi.

Il 22 maggio è una data importante perché, dopo il suffragio universale, è il secondo gradino di un’emancipazione ancora tutta in salita, da assorbire come parte di un salto di mentalità adeguato al contributo indispensabile delle donne all’ecologia sociale. Donne spesso più brave degli uomini: più studiose, più preparate, ma meno riconosciute.

I Verdi si battono per i diritti delle donne, per una società, oltre che femminista, paritaria per tutte le espressioni di genere, e vogliono che siano le donne a decidere del proprio corpo, ribadendo che questo non appartiene né al partner, né alla famiglia, né a qualsivoglia confessione religiosa.

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