Sette mesi di attesa per un esame clinico: l’Odissea di Samir
Da aprile a ottobre, tra segnalazioni, telefonate e solleciti. Lo Sportello Salute California di Milano ha seguito il caso fino all’assegnazione di un appuntamento
Una storia di ordinaria malasanità nella Lombardia a guida centrodestra. Ad aprile scorso Samir si è rivolto allo Sportello Salute California, in via Lanino a Milano, dopo aver ricevuto un appuntamento per novembre per un esame strumentale necessario a sottoporsi a un intervento chirurgico. Sette mesi di attesa per una prestazione indispensabile a proseguire il proprio percorso di cura. Una data che, secondo quanto segnalato allo Sportello, superava i 120 giorni previsti dalla priorità riportata sull’impegnativa.
Per Samir non si trattava di un semplice appuntamento da spostare in agenda, ma di un passaggio necessario per poter affrontare un intervento. Di fronte a quella prospettiva, ha deciso di chiedere aiuto. È cominciata così una vicenda che racconta una delle difficoltà più concrete della sanità pubblica: ottenere una prestazione nei tempi previsti può trasformarsi in un percorso fatto di telefonate, segnalazioni e attese, proprio quando il paziente avrebbe bisogno di concentrarsi sulla propria salute.

Mesi di solleciti, fino alla direzione sanitaria
I volontari dello Sportello Salute California hanno preso in carico il caso, attivandosi per chiedere una soluzione compatibile con i tempi previsti. Sono seguiti mesi di pec, telefonate e solleciti, senza che inizialmente fosse possibile ottenere un appuntamento anticipato. Di fronte all’assenza di una soluzione, la vicenda è arrivata direttamente alla direzione sanitaria del Policlinico. I volontari dello Sportello, insieme a rappresentanti del Coordinamento Sportelli Salute Lombardia e a cittadini che in passato avevano già ricevuto assistenza, si sono recati presso la struttura per chiedere risposte.
Il confronto ha portato a un risultato concreto: a Samir è stato assegnato un appuntamento per il 14 ottobre. La prestazione è stata quindi programmata dopo mesi di attesa e un percorso di solleciti. Un risultato importante per il cittadino, ma che lascia aperta una domanda: perché è stato necessario arrivare fino a questo punto per ottenere una data compatibile con i tempi previsti?
Che cosa sono gli Sportelli Salute
Dietro la vicenda di Samir c’è il lavoro degli Sportelli Salute, realtà di volontariato che aiutano gratuitamente i cittadini a orientarsi nel sistema sanitario e a far valere i propri diritti. Gli Sportelli sono composti da cittadini attivi che ascoltano le persone, esaminano le singole situazioni e preparano gratuitamente i ricorsi necessari quando emergono problemi nell’accesso alle prestazioni. Il loro intervento non si limita alla compilazione e alla presentazione della documentazione: seguono ogni pratica fino alla sua conclusione, accompagnando il cittadino nei rapporti con le strutture sanitarie e nelle diverse fasi della procedura. È un’attività che richiede tempo, attenzione e conoscenza delle regole, soprattutto per chi si trova ad affrontare un sistema complesso senza sapere a chi rivolgersi.
I ricorsi riguardano in particolare due situazioni: il mancato rispetto dei tempi massimi previsti per una prestazione e le difficoltà legate alla territorialità, quando la soluzione proposta non rispetta l’ambito territoriale di riferimento previsto per il paziente. Secondo l’esperienza riferita dagli Sportelli Salute, la quasi totalità dei ricorsi presentati ottiene un esito favorevole. Un dato che merita di essere documentato attraverso i risultati raccolti dagli stessi Sportelli, ma che segnala quanto sia importante conoscere e utilizzare gli strumenti di tutela disponibili.
Liste d’attesa, i diritti previsti dalle regole
In Lombardia, i tempi massimi per le prestazioni di specialistica ambulatoriale dipendono dalla classe di priorità indicata dal medico nella prescrizione. Per le prestazioni programmabili, la classe P prevede un’attesa massima di 120 giorni; per le altre classi, i tempi sono più brevi e variano in base alla priorità clinica. Quando una struttura non è in grado di garantire una prestazione entro i termini previsti, il sistema regionale contempla un percorso di tutela. La struttura deve attivarsi per individuare un’altra soluzione, anche presso strutture pubbliche o private accreditate del territorio di assistenza del cittadino. Se non è possibile trovare una disponibilità nei tempi prescritti, sono previste ulteriori misure per garantire l’erogazione della prestazione.
Questo significa che le liste d’attesa non sono una questione esclusivamente organizzativa. Esistono regole che devono garantire l’accesso alle cure in tempi coerenti con la priorità clinica e procedure che i cittadini possono attivare quando tali garanzie non vengono rispettate. Anche la territorialità ha un ruolo importante: le soluzioni individuate dal servizio sanitario devono rispettare le regole applicabili al territorio di assistenza del paziente. La valutazione, naturalmente, va fatta sulla base della prestazione richiesta e delle condizioni previste dalla normativa.
Il problema è che non tutti conoscono queste possibilità. E non tutti hanno il tempo, le energie o le competenze per seguire una procedura, raccogliere la documentazione necessaria e insistere per ottenere una risposta.
Il diritto alla salute non dovrebbe dipendere dalla capacità di insistere
La storia di Samir si avvicina a un primo traguardo con l’assegnazione dell’appuntamento del 14 ottobre. Ma la sua vicenda racconta anche una difficoltà più ampia: quando i percorsi di tutela diventano necessari per ottenere una prestazione nei tempi previsti, il diritto alla salute rischia di trasformarsi in una battaglia individuale. Gli Sportelli Salute intervengono proprio in questo spazio. Non sostituiscono il servizio sanitario pubblico e non possono risolvere da soli il problema strutturale delle liste d’attesa. Offrono però ai cittadini un aiuto concreto, gratuito e continuativo, affinché nessuno debba rinunciare a far valere i propri diritti soltanto perché non sa come farlo.
La solidarietà dei volontari e la partecipazione dei cittadini hanno permesso a Samir di ottenere una data per l’esame necessario al suo percorso chirurgico. Resta però una questione che riguarda tutti: un diritto riconosciuto dalle regole dovrebbe essere garantito senza costringere le persone a mesi di solleciti e a una lunga battaglia burocratica. Perché la sanità pubblica non si misura soltanto dalla possibilità di prenotare una visita o un esame, ma anche dalla capacità di garantire che le cure arrivino quando servono. La salute è un diritto. E farlo rispettare non dovrebbe essere un lavoro a tempo pieno per i pazienti e per chi li aiuta.
Articolo pubblicato anche su: https://www.fabiosalamida.it/sanita-pubblica-sette-mesi-attesa-esame-clinico-odissea-samir/



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