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La crisi climatica dilaga già nel mercato immobiliare USA

Il cambiamento climatico è un crocevia per la finanza.


Carmelo Carbotti, manager bancario e studioso di marketing ed economia,

membro Verdi Europa Verde Milano



Qualche settimana fa La Repubblica ha titolato: “Fuga dalle ville di Miami Beach: è iniziata la gentrificazione climatica.

Quale il significato del non usuale termine “gentrificazione”? È un concetto sociologico che indica il cambiamento socio-culturale di un'area urbana da proletaria a borghese a seguito dell'acquisto immobiliare da parte di soggetti abbienti, a cui consegue una forte rivalutazione sul mercato.

È quanto sta, appunto, accadendo in Florida: l’upper-class, con le case e le ville lungo il litorale si sente minacciata dall’aumento del livello del mare – esatto, proprio adesso, non stiamo parlando di un evento futuribile - e sceglie di spostarsi investendo in quartieri popolari: in questo modo l’aumento dei costi degli immobili costringe i più poveri a lasciare le proprie case.

Per capire meglio questo fenomeno ci può essere utile un’analisi svolta in USA la scorsa estate da Abrahm Lustgarten, con contributo di Al Shaw. Il primo è un reporter investigativo e il secondo è una voce narrante e proprietario di Voice Box emittente radiofonica non commerciale.

Hanno scoperto una nazione alle soglie di una grande trasformazione. Negli Stati Uniti, circa 162 milioni di persone – quasi 1 su 2 – molto probabilmente sperimenteranno un abbassamento nella qualità del loro ambiente, che possiamo tradurre in più calore e meno acqua. Per 93 milioni di queste persone, i cambiamenti potrebbero essere particolarmente gravi. Diversi milioni potrebbero trovarsi addirittura in luoghi decisamente inadatti alla vita degli esseri umani. Già adesso i funzionari della Florida hanno ammesso che prevenire l’inondazione di alcune strade a causa dell’innalzamento del livello del mare non sarà più possibile. E il programma federale di assicurazione contro le inondazioni della nazione richiede, per la prima volta, che alcuni dei suoi pagamenti vengano utilizzati in caso di eventuale fuga dalle minacce climatiche. Presto questo programma diventerà finanziariamente insostenibile perché troppo costoso. Il risultato di una semplice simmetria tra costo e rischio.

Partendo dal caso statunitense i reporter arrivano a segnalare che, fra tutte le conseguenze devastanti di un pianeta in surriscaldamento – dalle pandemie alle estinzioni di massa –, la possibile migrazione di centinaia di milioni di rifugiati climatici in tutto il pianeta sia l’emergenza più importante da affrontare.

Ed è a questo punto che l’emergenza chiama in gioco il sistema finanziario e le banche in particolare. Attualmente i grandi certificatori valutano la componente “social” di ESG la più importante per le banche perché la loro missione principale è il finanziamento e di conseguenza l’inclusione finanziaria di famiglie e imprese.

Tuttavia, nel momento in cui la crisi climatica produrrà povertà, emarginazione e migrazione, per le banche la E di “environmental” diventerà altrettanto importante perché bisogna prima di tutto intervenire sulle cause ambientali dell’impoverimento di massa.

Ora che il sistema finanziario mondiale ha trovato una ragionevole stabilità, grazie alle regolamentazioni introdotte negli ultimi 10 anni, l’attenzione delle autorità pubbliche può passare alle questioni ambientali. Il rischio climatico minaccia le banche in due modi:

· producendo rischi fisici diretti sulla propria attività;

· determinando rischio transizione, correlato allo spostamento verso un’economia più verde, prima di tutto riscontrabile negli “stranded asset”, cioè finanziamenti non recuperabili perché erogati ad attività ambientalmente non sostenibili o in aree a rischio climatico.

Dato che le banche restano la fonte principale di finanziamento del sistema economico, possono (o devono?) giocare un ruolo attivo nella transizione ambientale, dirigendo i fondi verso attori economici e iniziative sostenibili. In questo modo la loro azione sarà positiva per la comunità e i territori e, al contempo, sanamente egoistica nel prevenire i rischi di irrecuperabilità di massa dei crediti.

In questa direzione va la recentissima proposta dell’Autorità bancaria europea (EBA) di far pubblicare alle banche dell’Unione Europea il GAR, Green Asset Ratio, a partire da gennaio del 2022. Questo indicatore misurerà il rapporto tra l’ammontare di prestiti, anticipi e titoli di debito “green” rispetto al totale delle attività in bilancio.

Sarà un’iniziativa di stimolo – ci saranno banche disponibili a risultare in fondo a questa classifica? – e anche di trasparenza consentendo a cittadini, imprese e investitori di valutare l’orientamento degli istituti di credito.

Forse, se posso aggiungere, varrebbe la pena anticipare.



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